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GLI ANNI 70 DI CUI NON SI PARLA- THE ROAD TO 1981 PARTE 1 - 2 febbraio 2012

Questo lungo articolo è il testo riveduto dello speciale The Road To 1981 che potrete trovare nella sezione Podcast di questo sito. Spero che la lunghezza non vi spaventi e che vi appassioni leggerlo come al sottoscritto ha appassionato il prepararlo.

Gli anni 70, musicalmente parlando, non sono uno.
Se ne parla, oggi, e ci si riferisce ad essi come un unico momento in cui la musica popolare ha raggiunto momenti creativi elevatissimi o pacchianissimi, a seconda dei gusti. Un decennio nel quale, progressivamente, l’industria discografica dall’ingenuità iniziale è diventata adulta e fagocitante e i musicisti trasformati in star. Musicisti però, che per buona parte degli anni 60 e degli anni 70 hanno contribuito seriamente e con grande qualità a quei movimenti musicali che a posteriori vengono definiti progressive e hard rock o con altri nomi/etichette inventati dalla stampa di cui però nessuno dei musicisti coinvolti si è mai sognato all'epoca di usare per definirsi. Come anche di ingabbiarsi in una etichetta.
Nel proliferare attuale di documentari televisivi, speciali da centro pagina, festival ecc. vengono riscoperti e strombazzati sempre gli stessi, se pur pregevolissimi nomi dimenticando, per fretta e superficialità, tutti quegli altri per una equazione, sbagliata e tutta mainstream, secondo cui la qualità di una musica è proporzionale al numero di copie vendute. E l'importanza di un musicista e il peso della sua influenza su altri è misurata dal numero di apparizioni pubbliche attraverso i media.

Ovviamente la realtà è ben più complessa e variegata.
Noi appassionati di quel periodo musicale veniamo spesso tacciati di essere nostalgici o passatisti. Ci tengo a precisare che personalmente, a parte la musica, gli anni 70 non mi piacciono. Dal punto di vista della moda, del design e dell’architettura preferisco gli anni 60 e 40, restando nel 20° secolo. Ed il periodo storico che prediligo, riguardo la popular music va dal 1965 al 1975. Un periodo di importanti mutamenti sociali, culturali e artistici. Dieci anni, sospesi nel tempo e ancora oggi oggetto di studi sociologici miranti a svelarne il cosiddetto mistero. Un periodo in cui la tecnologia esisteva ma non era ancora dominante, tanto da apparire il periodo quasi alieno per le generazioni più fresche. Niente PC, niente iPOD, niente internet ma ancora qualche valore Vittoriano, superstite e adeguato all’evoluzione sociale. Conoscevamo i nostri dirimpettai e comunicavamo di persona, preferibilmente, con una lettera o con il telefono, quando necessario.
Diversamente da oggi dove siamo in grado di comunicare all’istante con ogni parte del pianeta ma non conosciamo il nostro vicino di casa.
Limitandoci in questa sede alla musica popolare e all’industria discografica di matrice Britannica, uno spartiacque importante c’è nel 1976. Ben più dell’anno di mezzo ma vero teatro di ulteriori cambiamenti in seno al Cambiamento per eccellenza del 1967 i cui echi, in Gran Bretagna produrranno materiale eccellente per tutti i primi anni dei 70.

Tre fronti, principalmente si contendono la seconda metà del decennio che viene segnato per l’avvento iconoclasta del punk e del nuova ondata romantica postuma. Un ritorno al primitivismo che però a differenza dei pionieri degli anni 50 e 60 non ha niente da dire ne obiettivi da costruire e raggiungere.
Non crede in niente, non produce niente, vuole distruggere tutto. Rifiuta il bagaglio culturale e simbolico accumulato fino a quel momento. Non crea esempi trascendentali ai quali riferirsi in positivo per una evoluzione del pensiero. In breve: Non crea Arte.
La disco music, che oggi con sorrisetti condiscendenti rivalutiamo alla luce e confronto con quanto appena descritto.
E in ultimo i “dinosauri del Rock”. Strapagati, pomposi, ammuffiti.

Attraverso queste tre ingombranti realtà, sinuose e abili, si muovevano però alcune intelligenti, piccole e grandi, unità mobili le quali con il loro lavoro, spesso palese, spesso sotterraneo creavano le fondamenta cui avrebbe fatto riferimento la futura musica di qualità. Un percorso alternativo della musica degli anni 70, della sua seconda metà per la precisione. Un percorso denominato Strada per il 1981 da Robert Fripp, inaugurato da lui l’11 settembre 1978 e terminato ad aprile del 1981 con la pubblicazione dell’album di pura Frippetronics, Let The Power Fall.
Come vedremo il percorso è estremamente variegato e il suo inizio lo estenderemo in realtà ben prima del 1978. Fatto di connessioni a prima vista non sospette ma che successivamente si mostreranno in tutta la loro logica.

I King Crimson di Island.
Nel 1972, ad aprile, terminava il tour di quell’ultima versione del gruppo.
Pete Sinfield, l’ultimo superstite della formazione originale decise di lasciare solo Robert Fripp con i cocci della regale creatura.. Finisce così la prima fase dei King Crimson, fatta di continui cambi di formazione e direzioni musicali ad ogni nuova pubblicazione.
A giugno usciva il primo album dei Roxy Music prodotto sempre da Pete Sinfield.
Tempo prima Fripp e Sinfield avevano conosciuto Brian Ferry in una audizione mirata a trovare un nuovo cantante che sostituisse Greg Lake. I due furono molto impressionati dal talento (latente) di Ferry e lo raccomandarono al menagement della EG records.
Comunque all’audizione venne scartato.
Il primo album dei Roxy Music era molto innovativo per quel periodo anticipava nel sound quello stile che poi alla fine del decennio verrà chiamato new wave.
Contrapposto ad una musica ancora rozza, almeno agli inizi con aggiunte “space” di Brian Eno, Il gruppo venne subito e a torto accomunato dalla stampa con i bei nomi del glittering rock del periodo come i T.Rex o i Mott The Hoople.
Brian Peter George Eno come molti “rocckettari” del periodo proviene dalla scuola d’arte ma a differenza degli altri continuerà i suoi interessi artistici per il minimalismo e le arti visive applicandole massicciamente alle sua idea di musica.
Da sempre definitosi proveniente da una famiglia di “non-musicisti” i suoi lavori nell’ambito della musica d’ambiente o in ambiti più rock, come anche la sua carriera di produttore discografico suscitano repulsa o ammirazione. Da che parte stiate, difficile che vi resti indifferente. Che lo odiate o apprezzate è innegabile che il suo apporto ai primi lavori dei Roxy music fa la differenza come possiamo ascoltare nel brano Ladytron, contenuto in questo primo lavoro del gruppo. Una storia d’amore scritta da Ferry di ambientazione fantascientifica.
Manipolatore del suono, sperimentatore e Inventore delle ”Strategie Oblique”. Una serie di mazzi di carte progettate allo scopo di guidare i musicisti in fase creativa, Brian Eno nel gruppo ci entra chiamato dal suo ex compagno di studi Andy Mackay. Sulla carta, come tastierista ma il suo VCS3 ( che sta per:Voltage Controlled for Studio with 3 Oscillators) è in realtà un piccolo sintetizzatore di suono senza tastiera ma soprattutto portatile. E sta qui la differenza. Se gli ingombranti modelli di Robert Moog ne impedivano l’uso dal vivo (a parte che per Keith Emerson) il VCS3 permette anche a chi non suona le tastiere di usarlo anche dal vivo.

Il successo discografico e di performance arriva subito ed il secondo è più famoso album, For Your Pleasure (quello con Amanda Lear in copertina) esce a febbraio del 1973 e va anche meglio.
Se per le metalliche storie d’amore di Ladytron i suoni modificati di Eno erano perfettamente integrati, crea sicuramente un effetto più spaesante, sempre per l’epoca, il loro utilizzo in Editions Of You che sfoggia un sound molto caratteristico che ritroveremo non a caso nel primo disco degli Ultravox, del 1976 e cooprodotto da Brian Eno e Steve Lillywhite.
Tra la realizzazione dei due album Eno meditava già di lasciare i Roxy music.
A settembre del 1972 invita Robert Fripp nella sua casa di Londra.
I due si erano conosciuti durante la lavorazione di Little Red Records dei Matching Mole, realizzato tra luglio e agosto e pubblicato a novembre. Robert Fripp ne era il produttore ed Eno partecipava con i suoi trattamenti come ospite in un brano.
Anche Fripp era in un periodo incerto della sua carriera. Deluso in parte per come stavano andando i King Crimson (ma Wetton e Bruford stavano per arrivare), tra il 1970 ed il 1972
partecipò a molte registrazioni dei suoi compagni spirituali del Generatore Van der Graaf e produsse per Keith Tippet il progetto dei CENTIPIDE nel quale partecipava anche Robert Wyatt.
Quell’incontro a casa di Brian Eno per Fripp sarà l’inizio di una fase cruciale per la sua carriera la cui eco si sente ancora oggi.
Eno inizierà Fripp ai misteri della musica ripetitiva. Alle filosofie sufi e all’uso di accorgimenti tecnologici particolari. Ma all’atto pratico gli fa attaccare la sua chitarra ad un registratore REvox a due bobine. La chitarra invia il segnale al registratore. Il primo nastro passa il segnale al secondo che non incide più ma ritrasmette il segnale al primo facendo ripetere una nota o una sequenza di note ciclicamente fino ad esaurimento del segnale.
Il risultato .... è una nenia insopportabile (o un capolavoro, dipende sempre se amiate o odiate Brian Eno).
The Heavenly Music Corporation verrà inserita nell’album No PUssyfooting uscito esattamente un anno dopo, a novembre del 1973 occupandone tutto il lato A.
Il lato B vede un altra ... irritante composizione ... intitolata Swastika Girls ottenuta sempre con la chitarra trattata di Fripp e manipolazioni di nastri da parte di Eno. No Pussyfooting inaugura la musica ambient e la Frippetronics ... come verrà chiamata successivamente.
Fripp lo ha sempre ritenuto come il suo massimo risultato creativo e come il suono che interiormente aveva sempre sentito ma mai riuscito a riprodurre, pur riconoscendone l’invenzione ad Eno, e anche se un suo utilizzo in versione proto sicuramente si può attribuire ai compositori minimalisti americani.
L’album andrebbe “usato” rispettandone l’idea di partenza di Eno, ossia come sottofondo
ma in realtà troppo disturbanti per esserlo.
Ci sarà anche un piccolo tour dei due. In un contesto agli antipodi della mitologia rock, dove i due, ascetici e impersonali, arriveranno anche ad assentarsi dal palco mentre le macchine lavorano.
L’iniziazione di Eno è un richiamo troppo forte per Fripp. Tant’è che il chitarrista, sempre più annoiato e deluso, dopo aver sciolto la formazione con Bruford, Cross e Wetton si rivolgerà a lui. Nel 1975 realizzano il secondo album in collaborazione. Il meditativo e rilassato Evening Star. Qui il lavoro è più fruibile e le Frippetronics quiete e trascendentali.

Dopo queste due collaborazioni Fripp è sempre più preda di crisi esistenziali.
La scoperta ed il rifiuto che la sua immagine da “rockstar” diventi più importante di se stesso, cosa che ha fatto scoppiare molti suoi colleghi, per lui è troppo terrificante e decide di non accettarla.
Già nel 1972 era in cerca di un senso attraverso l’occultismo ma l’influenza di Eno lo faranno dirigere verso le filosofie orientali e la metafisica come appunto il sufismo. Diventa seguace di Georges Ivanovi? Gurdjieff, attraverso un suo prominente allievo, il matematico inglese John Godolphin Bennett morto un anno prima dell’entrata di Fripp nell’Internal Academy of continuous Education, con sede a Sherbourne House nel Sussex.
In questa specie di monastero, Fripp si ritira dal mondo per lungo tempo senza mai toccare uno strumento.
Non starò qui adesso a cercare di spiegare le complesse teorie gurdgeffiane. Mi limiterò a consigliarvi la lettura di un libro “Frammenti di un Insegnamento Sconosciuto” di Pëtr Demianovi? Uspenskij.
Anche perché per la nostra strada al 1981 è arrivato il momento di fare un salto geografico e temporale. Trasferendoci a Los Angeles nel 1976 e poi a Berlino.

David Bowie nel frattempo era impegnato ad essere la quinta essenza di quanto rifuggiva Robert Fripp. Una rockstar idolatrata, strafatta di cocaina e ossessionata dalla propria immagine. Anoressico e apatico riusciva lo stesso a macinare successi su successi.
Le altissime vendite in America degli album Diamond Dogs nel 74 e di Young Americans, agli inizi del 75 spinsero Bowie a trasferirsi a New York prima e poi a Los Angeles a seguito dell’ingaggio da parte di Nicolas Roeg per il film L’Uomo che Cadde sulla Terra.
Los Angeles è un mostro troppo seducente e pericoloso per chi è debole psichicamente.
E l’ex Re del Glamour, l’ex Ziggy Stardust, l’ex sottile duca bianco ormai era ridotto alla sola ombra di se stesso con una dieta a base di cocaina, latte e peperoni.
Toccato il fondo. Riuscirà a darsi una parvenza di regolata solo durante le riprese del film.
Se l’album Station To Station, uscito a gennaio del 1976, tipico album di transizione, fa intravedere solo in parte la nuova strada che prenderà Bowie ma soprattutto il primo grido d’aiuto per una ripresa fisica e mentale è con le bocciate tracce per la musiche del film di Roeg che troviamo il vero punto di partenza per quella che viene definita “La Trilogia Berlinese”. Bowie prova per la prima volta a cimentarsi con le diavolerie elettroniche, evidentemente con scarsi risultati, considerando il rifiuto del regista ma parte di quel materiale vedrà la pubblicazione con l’aiuto e la guida di Brian Eno, a gennaio dell’anno successivo con il primo album della trilogia, Low.

Durante il tour americano del 76, proprio a Los Angeles, Bowie incontra prima Brian Eno con il quale cominciano a meditare una collaborazione e poi lo scrittore di culto Christopher Isherwood. Come lui un inglese espatriato che per molti anni ha vissuto a Berlino. I due hanno un lungo colloquio nel quale Bowie matura l’idea di trasferirsi in quella città. Anche se dai tempi di Isherwood molte cose sono cambiate.
Finito il frammento Europeo del Tour di Station To Station. David Bowie e il suo amichetto Iggy Pop si recano ai famosi Château d'Hérouville che in quel periodo era passato nelle mani dell’ex Magma Laurent Thibault per realizzare fra il luglio del 76 e il febbraio del 77 l’album di Iggy Pop The Idiot. (in realtà considerabile come l’album non ufficiale di David Bowie). The Idiot rappresenta una prima prova di quello che farà poi Bowie nei mesi successivi. L’album uscì a marzo del 1977, cioè due mesi dopo Low. Bowie non voleva dare l’impressione che fosse stato lui a imitare l’ex Stooge.

La produzione di Low si ebbe a settembre e ottobre del 76 sempre agli Château d'Hérouville. Nel gruppo di lavoro si trovavano: Il produttore Tony Visconti che contribuì molto, quanto ad Eno al risultato finale degli album della trilogia, il nuovo direttore artistico e arrangiatore di Bowie il chitarrista Carlos Alomar (nel ruolo che un tempo apparteneva a Mick Ronson), il bassista George Murray e il chitarrista Ricky Gardiner che proveniva dai Beggar’s Opera e amico di Visconti.
L’album, che all’inizio doveva intitolarsi New music night and day, è caratterizzato da due lati ben distinti (come faranno i King Crimson di Three Of A Perfect Pair tempo dopo). Il lato A contiene canzoni più tradizionali ma non privi di innovazioni come What in the world. Il videogioco Pac Man è del 1980 e c’è da chiedersi se i realizzatori si siano ispirati ai suoni creati da Eno per questo pezzo dove ci canta anche Iggy Pop.
Il lato B invece presentava brani più complessi, strumentali, elettronici e molto ispirati ai lavori della scena tedesca. Kaftwerk e Neu ! Neu 75, il terzo album di questo gruppo aveva più o meno la stessa struttura.
I brani del primo lato sono tutti frammenti di brano rock. Come Speed of Life e la brevissima Breking Glass. I brani iniziano con la musica come se fosse già partita prima della registrazione e finiscono con la musica che ancora prosegue, per andare non si sa dove. Questa frammentarietà si nota anche nei testi. Non più storie ma frammenti di frasi. Sentenze filosofiche e distici ambigui.
Eno arriverà agli Chateau a lavorazione iniziata. Dando solo qualche pennellata qua e la nel primo lato. Il suo contributo si sente più massicciamente nel secondo lato, soprattutto in un brano come Warszawa.
La produzione decide di lasciare gli Château d'Hérouville a seguito di alcuni inconvenienti tecnici ed una intossicazione alimentare ... (la storia si ripete) .. e decide si spostarsi agli Hansa Studio di Berlino Ovest a terminare l’ultima parte della produzione.
La copertina dell’album usava una foto di Bowie da L’Uomo che cadde sulla Terra. Bowie visto di profilo con sopra la parola LOW. Basso profilo.
Bowie in Francia non stava molto meglio di quando stava a Los Angeles ma le sue intenzioni erano di provare ad avere una vita normale. Mettersi una maglietta e un paio di jeans e andare a fare la spesa (ma quando mai?!) ma allo stesso tempo aveva bisogno di un luogo che lo stimolasse artisticamente e per questo Berlino ovest era il luogo perfetto. Completato Low la decisione fu di rimanerci e di realizzare il successivo e autentico capolavoro che è “Heroes” con la a chitarra infinita di Robert Fripp ottenuta grazie all’abilità quasi scientifica dell’occhialuto sperimentatore con la chitarra di provocare Feedbeck, posizionandosi in diversi punti dall’amplificatore per ottenere le varie note.
Fripp suona in 6 dei 10 brani dell’album Heroes, uscito ad ottobre del 1977 e possiamo serenamente ritenere che l’interesse che l’album in generale e la title track in particolare , suscita ancora oggi, sia dovuto in larga parte ai suoi interventi.
Bowie voleva Fripp (e Eno) fin dai tempi di The Idiot. Ora che aveva entrambi disponeva di tutte le tessere per il suo capolavoro della seconda metà dei 70. Fripp arrivò una sera a Berlino da New York, attaccò la sua chitarra agli aggeggi di Eno. Suonò per 6 ore senza conoscere i pezzi prima. Rimise la chitarra nella custodia e ripartì la mattina successiva.
Tony Visconti dovette soltanto selezionare i momenti migliori e aggiungerli ai brani che in gran parte erano già terminati.
L’album è bifronte come il precedente ma in maniera meno netta. Nonostante le atmosfere cupe e opprimenti che pervadono per tutta la sua durata, negli Hansa Studio si respirava un aria più leggera e divertita. Con le sole carte di Eno Le Strategie Oblique con le quali è stato realizzato molto del materiale a creare qualche attrito, soprattutto in Carlos Alomar che le riteneva una stupidaggine.

I testi con l’eccezione di Heroes, usano il metodo Burrogsiano di improvvisare ed incollare le parole già usato in Low. Il brano Heroes, diversamente, descrive una struggente storia d’amore fra due amanti separati dal muro Berlinese, anche se ci sono molte altre interpretazione del testo sicuramente non è quell’inno alla gloria e all’ottimismo che molti pensano. Le virgolette ironiche in cui è chiusa la parola sono a testimoniarlo.
L’ottima sequenza di 5 brani del primo lato si chiude con Blackout dove spiccano Fripp che impressiona con la sua chitarra dissonante ... e la solita batteria di Dennies Davis, come era successo per l’album precedente viene pesantemente trattata da Tony Visconti creando un suono che verrà molto imitato negli anni 80.

Con l’arrivo a Berlino ovest Bowie passa dalla capitale della cocaina alla capitale dell’eroina ma è l’alcol il vero nemico di questo periodo. Indubbiamente le sue condizioni fisiche erano in miglioramento ma ancora ben lontane da poter dire di stare bene.
Bowie e Iggy Pop prendono un appartamento al 155 di Hauptstrasse in uno dei quartieri più poveri della città non lontano da dove si era stabilito Isherwood anni prima. Facendo la spola fa l’appartamento e gli Hansa Studio, a ridosso del muro e quindi teatro perfetto per le atmosfere dell’album, non è che la vita quotidiana si svolgesse all’insegna della salute, come descrive bene Iggy: “Ci sono sette giorni in una settimana: Due per fare baldoria. Due per riprendersi e i rimanenti tre per fare qualunque altra cosa”.
Ogni tanto, quando possibile, si permettono una visita alla parte est di Berlino ben descritta da Bowie come: “Tagliata via dal suo mondo, dalla sua arte, dalla sua cultura, agonizzante e senza alcuna speranza di risarcimento”.
La copertina dell’album vede Bowie in una posa strana che rifà il verso a quella di Iggy per The Idiot che a sua volta fa il verso a un ritratto di Ernst Ludwig Kirchner 1917.
Bowie è totalmente preso dal suo nuovo giocattolo: Qualunque cosa manifesti l’aria decadente della Berlino della prima metà del secolo e del moderno krautrock.
Ad aprire il secondo lato dell’album, quello sperimentale c’è il brano di transizione V-2 Schneider con evidente omaggio a Florian Schneider dei Kraftwerk.
Bowie si stancherà presto anche di Berlino ma gli album prodotti in questo breve periodo sintetizzano bene l’atmosfera Berlinese di quello scorcio degli anni 70 dove la città, pareva diventata la nuova capitale della musica. Un testamento famoso è il film Christiane F. noi i ragazzi dello zoo di Berlino del 1981, dove Bowie è molto presente.

La Trilogia Berlinese è composta ovviamente da tre album ma torneremo successivamente sulla chiusura del ciclo.
E’ il momento di fare un altro salto temporale e geografico tornando indietro al 15 di marzo del 1977, a Cleveland dove un ex protagonista della musica inglese dei primi 70 sta per terminare un concerto. Uno dei primi della sua tournè di debutto solista .....

Ma questo verrà raccontato nella seconda parte dell'articolo ... molto presto.

Donald McHeyre